Nei paesi emergenti e in via di sviluppo le grandi città crescono con una velocità tale da sfuggire agli strumenti tradizionali con cui gli economisti sono abituati a compiere misurare e analisi. Mancano censimenti aggiornati, indagini sistematiche e registri amministrativi affidabili, così interi quartieri restano invisibili alle statistiche ufficiali, persino quando ospitano centinaia di migliaia (o addirittura milioni) di abitanti. «Le stime dell'ONU indicano che circa un miliardo di persone nel mondo vive nei cosiddetti insediamenti informali», racconta Mariaflavia Harari, economista e Associate Professor all'Università della Pennsylvania, negli Stati Uniti, e docente di Real Estate alla Wharton Business School. «È una cifra difficile da quantificare con accuratezza, ma indica in modo emblematico la portata del fenomeno». Gli insediamenti come bidonville, slum, baraccopoli e favelas – pur in contesti profondamente diversi tra loro – condividono una serie di problemi ricorrenti: infrastrutture di base carenti o del tutto assenti, diritti di proprietà spesso incerti o del tutto non riconosciuti, e servizi pubblici che faticano a raggiungere in modo capillare chi vive ai margini della crescita urbana.
Nata a Pavia, dove ha frequentato il liceo scientifico prima di trasferirsi all’Università Bocconi per la laurea triennale e magistrale in Discipline Economiche e Sociali, Harari si è specializzata in economia dello sviluppo per poi conseguire il dottorato negli Stati Uniti, al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, sotto la supervisione di Esther Duflo, che qualche anno dopo (nel 2019) avrebbe poi ricevuto il premio Nobel per l'economia. Da quell’esperienza è scaturito il prosieguo del suo impiego accademico, che si è concretizzato in Pennsylvania, dove per nove anni è stata Assistant Professor alla Wharton School prima di ottenere l’attuale cattedra da professoressa associata.
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«Uso spesso le immagini satellitari, che sono il modo migliore per seguire come avviene nel tempo l'espansione di una città», racconta Harari. «Esistono serie storiche di fotografie della Terra scattate di notte, in cui le zone illuminate si distinguono con estrema chiarezza, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove le aree urbane appaiono come macchie di luce rispetto alle campagne circostanti, che rimangono nel buio». È così che, in uno studio scientifico dedicato all'India, queste immagini satellitari notturne – confrontate anno dopo anno – hanno permesso di ricostruire l'evoluzione della forma e della struttura dell’area urbana in un periodo storico in cui i dati amministrativi non bastavano a documentarla.
Un approccio simile, ma applicato a una fonte diversa, ha guidato un lavoro successivo dedicato a Giacarta per stabilire quali quartieri della capitale indonesiana fossero informali e quali no. «Quando abbiamo condotto quello studio non era ancora prassi l’ausilio dell'intelligenza artificiale, così reclutammo un vero e proprio esercito di collaboratori, incaricati di osservare milioni di fotografie street view e valutare ogni quartiere su una scala di “informalità”, da zero a quattro», chiarisce Harari. «Oggi lo stesso compito viene affidato a un large language model a cui chiediamo di interpretare le immagini al posto nostro e restituirci informazioni su strade, canali di scolo, marciapiedi e altri servizi visibili dall'esterno», che forniscono le informazioni utili agli studi.
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L'interesse di Harari per le città dei paesi in via di sviluppo è nato da un'esperienza diretta, durante un soggiorno di alcuni mesi a Delhi in India durante gli anni del dottorato, quando le attività di ricerca la portavano a conoscere città lontane dall'Europa. Nella capitale indiana si sono creati contrasti urbani e sociali capaci di colpire profondamente: centri commerciali di lusso e grattacieli che convivono, a poche centinaia di metri di distanza, con bidonville in cui manca persino l’acqua corrente; risciò trainati a piedi che si muovono accanto a una linea della metropolitana all'avanguardia; quartieri dove i residenti si lamentano degli stessi problemi che si potrebbero sentire a Milano o a Boston, come il traffico congestionato, e altri dove manca l'accesso ai servizi più basilari. Quel contrasto tra dinamismo economico e disuguaglianza estrema, sperimentato sul campo prima ancora che nei dati, ha orientato in modo duraturo lo studio sistematico dello spazio urbano nei paesi emergenti.
Tra i risultati di ricerca più sorprendenti a cui Harari ha contribuito, uno riguarda i grandi programmi di riqualificazione di insediamenti informali lanciati dal governo indonesiano tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta nei quartieri di Giacarta, che all'epoca ospitavano circa cinque milioni di persone. Il programma non prevedeva la formalizzazione dei diritti di proprietà, né lo sgombero dei residenti, ma interventi infrastrutturali di base come la pavimentazione delle strade e la costruzione di canali per il drenaggio delle acque piovane, accompagnati dalla garanzia che gli abitanti sarebbero rimasti dove si trovavano. Gli effetti di breve periodo su chi viveva in quei quartieri erano già stati documentati come positivi, ma quello che la nuova ricerca ha voluto verificare è cosa fosse accaduto a distanza di cinquant'anni, quando la città aveva ormai attraversato un boom di crescita senza precedenti. «Abbiamo riscontrato un esito che non ci aspettavamo: i quartieri che erano stati riqualificati sono rimasti cristallizzati come informali, mentre altri quartieri che allo stesso tempo versavano in condizioni altrettanto degradate, ma non erano stati inclusi nel programma per ragioni di budget, sono oggi completamente formali, ossia urbanizzati e alla frontiera della tecnologia, con grattacieli e centri commerciali», racconta Harari.
Il meccanismo emerso dalla ricerca riguarda l’economia della proprietà immobiliare, e in particolare il valore che il terreno acquisisce nel tempo: intervenire in uno slum periferico determina nel breve periodo dei benefici ampi a costi contenuti, ma se quello stesso quartiere si trova nel cuore di una città che nei decenni successivi cresce enormemente, mantenerlo a bassa densità può impedire alla città di adattarsi e svilupparsi. La conclusione non è che la riqualificazione vada evitata, ma che la trasformazione urbana comporti sempre delle scelte: è necessario individuare dov’è che sul lungo periodo i benefici superano i costi, e come proteggere chi – nel processo – rischia di essere spostato verso le periferie.
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Il filone più recente dell’agenda di ricerca di Harari riguarda invece la segregazione spaziale nelle città, un tema che va oltre le categorie convenzionali utilizzate finora. «Le misure standard adottate dagli economisti guardano soprattutto quali minoranze risultino concentrate in determinati quartieri», osserva Harari. «Ma questo non permette di catturare un elemento altrettanto rilevante, ossia dove si collochino quei quartieri rispetto al resto della città». La differenza è sostanziale: un quartiere popolare circondato da zone ricche con servizi accessibili produce effetti molto diversi rispetto a uno confinato in periferia e isolato dalle opportunità economiche. L'intuizione è nata studiando il caso del Brasile, dove Rio de Janeiro e San Paolo rappresentano due modelli quasi opposti – nel primo caso le favelas sorgono a ridosso di hotel di lusso sulla spiaggia, nel secondo sono relegate ai margini della città – per poi estendersi anche agli Stati Uniti, dove Harari sta ora studiando la distribuzione urbana delle disuguaglianze razziali nelle principali città.
Guardando al futuro, l'obiettivo professionale più immediato è la progressione verso la cattedra da professoressa ordinaria, ma l'ambizione più ampia riguarda la realizzazione di progetti di lungo respiro e un dialogo più diretto con i governi locali dei paesi, portando i risultati della ricerca economica direttamente nelle mani di chi amministra città in cui milioni di persone vivono ancora oggi senza infrastrutture adeguate.
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